Guaritori e medicina popolare: chi li ha studiati
di Letterio 3 min di lettura
Tutto quello che sappiamo di questa materia lo sappiamo perché qualcuno è andato a sentire. Senza quelle spedizioni non avremmo niente: la tradizione orale, per definizione, non lascia archivi. Vale quindi la pena di raccontare chi ci è andato e come, perché il metodo di raccolta decide che cosa si trova.
Giuseppe Pitrè (1841-1916)
Medico palermitano, visitava i pazienti nei quartieri e nei paesi e annotava quello che sentiva. Da quel lavoro nascono i venticinque volumi della Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, e due titoli che restano indispensabili: Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889) e la Medicina popolare siciliana (1896).
Il pregio di Pitrè è la precisione nominale: registra la parola dialettale, il paese, a volte il nome dell’informatore. Il limite è il quadro teorico — parla di «pregiudizi», e la gerarchia fra la sua cultura e quella dei suoi informatori è esplicita. Ma i materiali sono di prima mano e nessuno li ha superati in ampiezza per la Sicilia.
Ernesto de Martino (1908-1965)
È lo spartiacque. Storico delle religioni, fra il 1952 e il 1959 organizza una serie di spedizioni interdisciplinari nel Mezzogiorno con un metodo nuovo per l’Italia: non va da solo, porta con sé un etnomusicologo, un medico, uno psicologo, un fotografo. Il materiale si raccoglie insieme, con registrazioni su nastro e documentazione fotografica, e si discute sul posto.
Da questo lavoro nascono i due libri che cito in quasi tutte le pagine di questo sito:
- Sud e magia (1959), sulla Lucania: fatture, segnature, malocchio, guaritori, con le interviste e l’analisi. È il libro da cui partire.
- La terra del rimorso (1961), sul tarantismo salentino, scritto dopo la spedizione di Galatina del giugno 1959.
A questi si aggiunge Morte e pianto rituale nel mondo antico (1958), sul lamento funebre, che è il più difficile dei tre e il più ambizioso.
L’idea che tiene insieme il tutto
De Martino chiama crisi della presenza l’esperienza di chi perde ogni presa sulla propria vita — il raccolto, la salute, il futuro — e legge le pratiche magiche come tecniche per ritrovare un margine di azione. Il rito «destorifica» il male: lo stacca dalla sua storia insopportabile e lo rende un evento di cui si può fare qualcosa. Ci si può non credere, ma è la lettura più seria che esista, e preferisco di gran lunga discutere con lei che leggere pagine di celebrazione della «saggezza contadina».
Chi lavorava con lui
Diego Carpitella (1924-1990), etnomusicologo, è l’uomo dei nastri. Le registrazioni della spedizione salentina del 1959 — i tamburelli, le melodie usate per le tarantate, le voci — sono sue, e costituiscono uno dei fondi più importanti dell’etnomusicologia italiana. Senza quei nastri, del tarantismo avremmo soltanto descrizioni scritte.
Annabella Rossi (1933-1984) prosegue il lavoro sul campo nel Sud dopo la morte di de Martino: Le feste dei poveri (1969) e Lettere da una tarantata (1970), che pubblica la corrispondenza ricevuta da una donna salentina ed è un documento umano prima che etnografico.
Clara Gallini (1931-2017) ha lavorato sulla Sardegna e sulla storia degli studi stessi, con un occhio critico su come gli osservatori costruiscono il loro oggetto.
Che cosa si legge in queste raccolte, e che cosa no
Si legge: il nome locale delle cose, chi faceva che cosa, quanto si pagava o non si pagava, quali malattie si segnavano, come si spiegava il male, che rapporto c’era col prete e col medico.
Non si legge: una teologia coerente, un sistema, un corpus di formule completo. Chi cerca in questi libri una «tradizione magica italiana» organica resta deluso, e fa bene a restarlo — non c’è, e la sua assenza è un risultato della ricerca, non una lacuna.
Dove trovare i materiali
I libri di de Martino sono tutti in commercio in edizioni correnti, con apparati aggiornati; quelli di Pitrè sono in gran parte liberi da diritti e disponibili in digitale su biblioteche online. Le registrazioni di Carpitella sono conservate in archivi istituzionali e in parte pubblicate. Per il presente, i musei etnografici regionali — in Friuli, in Trentino, in Toscana, in Lucania, in Sardegna — conservano raccolte locali recenti che valgono una visita.
Una cosa non la farò: riassumere questi libri al punto da dispensare dal leggerli. Le pagine di questo sito servono a dire dove guardare. Se una notizia ti interessa davvero, il volume costa poco e l’autore merita di essere letto per intero: nei riassunti — compresi i miei — la parte che si perde per prima è sempre la cautela di chi ha fatto la ricerca.
Domande su questa pagina
Da quale libro conviene cominciare?
Da «Sud e magia» di Ernesto de Martino (1959): è breve, è basato su ricerca di campo in Lucania, e contiene tutto il repertorio — malocchio, fatture, segnature, guaritori — con l'analisi dell'autore. Se l'interesse è il tarantismo, il titolo è «La terra del rimorso» (1961). Per la Sicilia, la «Medicina popolare siciliana» di Pitrè (1896).
Che cos'è la «crisi della presenza» di de Martino?
È la categoria con cui spiega l'esperienza di chi perde ogni controllo sulla propria vita — raccolto, salute, futuro — e legge le pratiche magiche come tecniche per recuperare un margine di azione: il rito dà un nome al male e un gesto da compiere. È un'ipotesi discussa, mai però sostituita da una lettura più solida.
Esistono registrazioni audio di queste pratiche?
Sì. Le registrazioni di Diego Carpitella, etnomusicologo delle spedizioni di de Martino, documentano fra l'altro le musiche usate per le tarantate nel Salento nel 1959, e sono conservate in archivi istituzionali, in parte pubblicate. Diversi musei etnografici regionali hanno poi avviato raccolte sonore locali negli ultimi decenni.