La taranta e il tarantismo: Galatina, giugno 1959
di Letterio 4 min di lettura
Il tarantismo è l’unico fenomeno di questa materia che sia stato osservato da un’équipe di ricerca mentre era ancora vivo, documentato con registrazioni, fotografie e referti, e raccontato in un libro che è diventato un classico. È anche quello su cui oggi si dicono più cose sbagliate, perché è diventato un prodotto turistico.
Che cos’era
Nel Salento, da secoli, si riteneva che il morso di un ragno — la «taranta» — provocasse una sindrome che si manifestava in estate, al tempo della mietitura, soprattutto nelle donne: malessere, dolori, stati di prostrazione alternati ad agitazione. Il rimedio non era farmacologico: era musicale. Si chiamavano i suonatori, e per ore o per giorni si suonava accanto alla malata. La «tarantata» ballava fino allo sfinimento, e nel ballo, secondo il modello tradizionale, il veleno veniva espulso.
La musica non era una sola: i suonatori provavano ritmi e melodie diverse fino a trovare quella a cui la tarantata «rispondeva». Ogni taranta aveva, nel racconto, il suo colore e la sua musica. Il repertorio strumentale ruotava intorno al tamburello, al violino, all’organetto, alla chitarra battente.
La crisi si ripeteva ogni anno, nello stesso periodo. E ogni anno, il 28 e 29 giugno, per la festa dei santi Pietro e Paolo, si andava a Galatina, alla cappella di San Paolo, dove si beveva l’acqua del pozzo e dove la crisi si consumava davanti alla comunità.
Le fonti antiche
Il tarantismo è documentato molto prima del Novecento. Nel Seicento ne scrivono medici pugliesi — Epifanio Ferdinando di Mesagne nelle sue Centum historiae seu observationes (1621) riporta casi clinici — e Giorgio Baglivi, medico di origine leccese poi professore a Roma, gli dedica un trattato, il De anatome, morsu et effectibus tarantulae (1696). Athanasius Kircher, nel Magnes e nella Musurgia universalis, pubblica melodie «antidotali» per il morso della tarantola, che sono fra le prime trascrizioni musicali del fenomeno.
La letteratura medica dell’epoca discute già quello che discutiamo noi: se il veleno del ragno possa produrre quei sintomi, se la musica agisca sul corpo, se si tratti d’altro. Non è una questione moderna.
La spedizione del 1959
Nel giugno 1959 Ernesto de Martino porta nel Salento un gruppo interdisciplinare: con lui ci sono fra gli altri l’etnomusicologo Diego Carpitella, un medico, uno psichiatra, un fotografo. L’obiettivo è osservare il fenomeno in corso, registrarlo e descriverlo con strumenti di più discipline insieme.
Il risultato è La terra del rimorso (1961), che resta il libro da cui partire. L’analisi di de Martino non è né medica né esoterica: legge il tarantismo come un’istituzione culturale che dava forma e nome a sofferenze — lutti, matrimoni imposti, desideri impossibili, miseria — che nella società salentina del tempo non avevano altro modo di essere dette. Il «rimorso» del titolo è questo: il morso del ragno e il ricordo che morde.
Le registrazioni di Carpitella sono l’altra metà del lavoro, e per l’etnomusicologia italiana valgono quanto il libro.
Che cosa vide la spedizione
Un fenomeno già in via di estinzione. Le tarantate erano poche e anziane; il contesto rituale si stava sfaldando; il clero locale aveva un atteggiamento di crescente ostilità verso le scene nella cappella. Negli anni successivi la cappella di San Paolo viene chiusa al culto nella forma tradizionale, e la pratica si spegne. Le ultime tarantate di cui si abbia notizia documentata appartengono agli anni settanta e ottanta.
La pizzica di oggi
Qui serve chiarezza, perché la confusione è totale. La pizzica che si balla oggi nelle piazze del Salento, e che riempie i concerti estivi, è una musica da festa: viva, bellissima, popolare in senso pieno. Ha una parentela reale con il repertorio dei suonatori di tarantate — strumenti, ritmi, formule melodiche — ma non è il rito. La riscoperta è cominciata negli anni novanta ed è diventata un fenomeno culturale e turistico di grande scala.
Non c’è niente di male in questo, e non sono fra quelli che storcono il naso: una musica che torna a vivere è una buona notizia. Ma chiamare «tarantismo» un concerto è un errore di fatto. Il tarantismo era una sindrome che colpiva singole persone, in un contesto di miseria, e nessuno lo rimpiange. La pizzica è una festa.
Dove andare
Galatina, in provincia di Lecce: la cappella di San Paolo è nel centro storico e la città merita la visita anche per il resto, a cominciare dalla basilica di Santa Caterina d’Alessandria. Nel Salento esistono inoltre centri di documentazione e archivi sonori che conservano registrazioni e materiali sul fenomeno.
Non scriverò che le tarantate «erano isteriche» né che «erano veramente avvelenate»: sono le due spiegazioni scorciatoia che si danno da un secolo, e nessuna delle due regge da sola. E non dirò che la musica guariva, perché non lo so. Quello che le fonti mostrano è che il rito dava alla sofferenza un luogo, un giorno dell’anno, una forma pubblica e un pubblico — e che quando quel luogo è stato chiuso, il fenomeno è finito.
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Domande su questa pagina
Il tarantismo era causato dal morso di un ragno?
È la spiegazione tradizionale, ma non regge da sola: la sindrome era stagionale, colpiva in prevalenza donne, si ripeteva ogni anno nella stessa persona e si risolveva con un rito musicale. Già i medici pugliesi del Seicento discutevano la questione. De Martino la legge come un'istituzione culturale che dava forma a sofferenze altrimenti indicibili.
Perché Galatina?
Perché nella cappella di San Paolo, nel centro di Galatina, si celebrava il 28 e 29 giugno la festa dei santi Pietro e Paolo, e lì le tarantate andavano a bere l'acqua del pozzo e a consumare la crisi davanti alla comunità. Era il luogo e il giorno che davano al fenomeno la sua forma pubblica; chiusa quella pratica, il tarantismo si è spento.
La pizzica di oggi è tarantismo?
No. La pizzica che si balla nelle piazze salentine è una musica da festa, con una parentela reale nel repertorio dei suonatori di tarantate — strumenti, ritmi, formule melodiche — ma non è il rito. Il tarantismo era una sindrome che colpiva singole persone in un contesto di miseria; la pizzica è una festa riscoperta a partire dagli anni novanta.