Le janas e le tradizioni sarde
di Letterio 4 min di lettura
La Sardegna ha un lessico suo per quasi tutto, e per questa materia ne ha uno particolarmente ricco. Conviene prenderlo sul serio, perché i nomi sardi non sono traduzioni di quelli italiani: indicano figure e pratiche che altrove non esistono con quella forma.
Le domus de janas
Chi viaggia in Sardegna le incontra senza cercarle: piccole aperture rettangolari scavate nella roccia, a volte isolate, a volte in gruppi di decine, con camerette interne, nicchie, soglie, e in qualche caso corna di toro scolpite in rilievo e tracce di ocra rossa. Sono tombe ipogeiche del Neolitico e dell’Eneolitico, cioè di cinque o sei millenni fa, scavate dalle culture prenuragiche dell’isola. Se ne contano a migliaia.
Il nome popolare è domus de janas: le case delle janas. Fra le necropoli più visitabili ci sono Anghelu Ruju presso Alghero, Sant’Andrea Priu a Bonorva, Montessu a Villaperuccio, Sas Concas a Oniferi. Visitarle vale il viaggio anche per chi non si interessa di nessuna delle credenze che le accompagnano.
Chi sono le janas
Nel racconto popolare sardo le janas sono creature femminili piccolissime, che abitano quelle camere nella roccia. Filano e tessono — il telaio è il loro attributo costante — custodiscono tesori, e hanno con gli esseri umani un rapporto ambivalente: aiutano chi si comporta bene, puniscono chi è indiscreto. In alcune varianti escono di notte, in altre non si fanno vedere affatto.
Il legame fra la figura e il luogo è un bell’esempio di come funziona la tradizione orale: un monumento incomprensibile — chi ha scavato queste stanze? per chi? — riceve una spiegazione narrativa che lo rende abitabile nel discorso. Non è un «ricordo» del Neolitico: è una risposta, costruita molto dopo, a una domanda posta dal paesaggio.
Altri nomi dell’isola
- Is cogas (sing. sa coga): figure femminili malefiche delle credenze sarde, associate nei racconti al danno verso i neonati. È il termine più temuto del repertorio isolano.
- Is bruxas, dal catalano-spagnolo bruixa: traccia lessicale della lunga presenza iberica nell’isola, soprattutto nel sud.
- Su mazzamurreddu o mommotti: spiritelli e spauracchi per bambini, con nomi che cambiano da paese a paese.
- Sa surbile, in Logudoro: altra figura notturna femminile dei racconti.
- S’accabadora: figura che nei racconti avrebbe dato la morte ai moribondi su richiesta della famiglia. Va detto con chiarezza che la sua storicità è discussa fra gli studiosi: esistono testimonianze orali raccolte nel Novecento, non esiste documentazione d’archivio solida, e il grande successo del tema è recente e letterario. Chi la presenta come un fatto accertato va oltre le fonti.
S’ogu malu: il malocchio nell’isola
Il malocchio in Sardegna si chiama ogu malu o, nella forma che indica la persona colpita, ogu pigau, «occhio preso». La diagnosi segue il modello mediterraneo che si ritrova in tutta Italia: acqua in un piatto, gocce — di olio nella maggior parte delle varianti — lettura della loro forma, preghiera recitata a voce bassa. Nell’isola è molto diffusa anche la variante con il sale, versato nell’acqua o gettato nel fuoco.
La pratica di cura si chiama in alcune zone sa mexina de s’ogu, «la medicina dell’occhio», e il nome è significativo: la si considera una medicina, non una magia. Come in continente, chi la esercita non si fa pagare in denaro e di solito ha ricevuto la formula in una notte precisa dell’anno — anche qui, nella maggior parte delle testimonianze, la notte di Natale.
Le feste e i luoghi
La Sardegna conserva un calendario festivo di straordinaria densità, e molte celebrazioni mescolano devozione e riti agro-pastorali più antichi: i carnevali barbaricini con le loro maschere — i Mamuthones di Mamoiada, i Boes e Merdules di Ottana, su Bundhu, s’Urtzu — i fuochi di sant’Antonio abate di gennaio, le feste con corse di cavalli come la Sartiglia di Oristano e l’Ardia di Sedilo.
Le maschere barbaricine, in particolare, sono diventate negli ultimi decenni oggetto di una letteratura interpretativa abbondante e spesso avventurosa, che le collega a riti dionisiaci, a culti taurini preistorici, a chissà che altro. Non seguirò quella strada: le fonti documentarie su queste maschere risalgono all’Ottocento e al Novecento, e tutto quello che si dice sulla loro preistoria è ipotesi. Si possono guardare senza bisogno di farne discendere la lettura da cinquemila anni fa — e viste da vicino, con il peso dei campanacci e il passo che le accompagna, non hanno bisogno di nessun aiuto.
Che cosa leggere
Per l’archeologia delle domus de janas la bibliografia scientifica sarda è abbondante e aggiornata, e i siti principali hanno pannelli e guide affidabili. Per le credenze, Clara Gallini ha lavorato sull’isola con un occhio critico utile; le raccolte folkloriche sarde ottocentesche e novecentesche sono numerose e in buona parte accessibili. Il museo etnografico di Nuoro è il punto di partenza più sensato per chi ha un giorno a disposizione.
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Domande su questa pagina
Che cosa sono le domus de janas?
Tombe scavate nella roccia dalle culture prenuragiche della Sardegna, nel Neolitico e nell'Eneolitico, cioè cinque o sei millenni fa: se ne contano a migliaia. Il nome popolare significa «case delle janas», creature femminili minuscole e tessitrici dei racconti sardi, a cui la tradizione orale ha attribuito quelle camere incomprensibili.
L'accabadora è un personaggio storico?
La sua storicità è discussa fra gli studiosi. Esistono testimonianze orali raccolte nel Novecento, ma non documentazione d'archivio solida, e la grande notorietà del tema è recente e di origine letteraria. Chi la presenta come un fatto accertato va oltre quello che le fonti permettono di dire.
Come si cura il malocchio in Sardegna?
Con il modello mediterraneo comune: acqua in un piatto, gocce d'olio, lettura della loro forma e preghiera a voce bassa, con una variante locale molto diffusa che usa il sale, versato nell'acqua o gettato nel fuoco. La pratica si chiama in alcune zone «sa mexina de s'ogu», la medicina dell'occhio, e chi la esercita non accetta denaro.