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Fatture e legamenti

Fattura, malìa, magarìa: il lessico dell’attacco

di Letterio 4 min di lettura

Vetrina di museo etnografico con amuleti, sacchetti e strumenti per la divinazione
La vetrina dedicata alla divinazione del Pitt Rivers Museum di Oxford: sacchetti, amuleti e strumenti del tipo usato per fare e per sciogliere una fattura. — Ethan Doyle White · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons

Nella materia italiana l’attacco deliberato ha molti nomi, e non sono sinonimi perfetti. Chi scrive «fattura, malìa, magarìa, legamento» come se fossero la stessa parola in quattro dialetti perde proprio la cosa interessante: ogni termine porta con sé un’idea diversa di come il danno viene fatto.

Fattura

Dal latino factura, «cosa fatta». È la parola più diffusa dalla Campania alla Puglia alla Lucania, e il suo senso tecnico è preciso: un lavoro, eseguito da qualcuno, su richiesta di qualcun altro. Tre elementi la definiscono nelle testimonianze di campo: una committenza (c’è chi la ordina), un operatore (c’è chi la fa), un supporto materiale (c’è un oggetto).

L’oggetto è quello che distingue la fattura dal malocchio. Nelle raccolte compaiono nodi di spago, capelli intrecciati, chiodi, cera, pezzi di stoffa cuciti, sacchetti sepolti sotto la soglia o infilati nel materasso. Ernesto de Martino, in Sud e magia (1959), registra in Lucania la categoria più temuta, la fattura a morte, e descrive il meccanismo sociale che ci gira intorno: il sospetto, la ricerca dell’oggetto in casa, la richiesta d’aiuto a un operatore di segno opposto.

La «controfattura»

Dove c’è la fattura c’è chi la disfa, e nelle fonti il secondo mestiere è più documentato del primo. Questo non è un caso: chi si dichiarava capace di fare una fattura rischiava l’isolamento e, nei secoli dei processi, molto di peggio; chi si dichiarava capace di disfarla era un benefattore pubblico. Nelle testimonianze che ho raccolto, nessuno ammette mai di aver ordinato una fattura. Tutti conoscono qualcuno che l’ha subita.

Malìa

Parola toscana e centro-italiana, poi entrata nell’italiano letterario, dove ha preso un senso tutto diverso e gentile («la malìa di quello sguardo»). Nel significato popolare indica l’incantamento: un effetto che agisce sulla volontà, sul desiderio, sulla capacità di scegliere. Il verbo ammaliare conserva questo senso meglio del sostantivo.

La differenza con la fattura è il bersaglio. La fattura colpisce la vita — la salute, il lavoro, la casa. La malìa colpisce la testa: rende innamorati, rende ottusi, rende incapaci di staccarsi. Non sorprende che sia il termine che ricorre più spesso quando si parla di faccende d’amore, e che di lì scivoli verso il legamento.

Magarìa

Siciliana e calabrese, dal greco mageía attraverso il bizantino: la Sicilia e la Calabria hanno un substrato greco che si sente in mezzo lessico. La magara è la donna che la fa; in Calabria il termine è ancora vivo e ha spesso un valore ingiurioso. Giuseppe Pitrè raccoglie la materia siciliana negli Usi e costumi (1889) e nella Medicina popolare siciliana (1896), con un’attenzione ai nomi che resta esemplare.

Dove in Campania si dice fattura, in Sicilia si dice magarìa; ma la magarìa comprende anche quello che altrove si chiamerebbe malocchio, perché il termine è più largo. Questo è il problema di tutte le mappe lessicali di questa materia: i confini delle parole non coincidono con i confini delle cose.

Altre parole che si incontrano

  • Affatturare: il verbo corrispondente a fattura, documentato già nei testi toscani medievali.
  • Fascinazione: termine dotto, dal latino fascinum, che de Martino adotta come categoria generale perché gli serve una parola che non sia già schierata.
  • Attaccatura e ‘ntaccatura: usati in alcune zone dell’Abruzzo e del Molise.
  • Mazzeria, in Corsica, per la figura del mazzeru: fuori dall’Italia politica ma dentro la stessa area culturale, e un buon esempio di come il lessico non conosca i confini di stato.
  • Stregoneria: parola dei tribunali, non del paese. Nelle testimonianze di campo nessuno la usa per sé o per i vicini; compare quando parla la legge o la Chiesa, e di lì arriva negli atti dei processi.

Perché il lessico conta

Preferisco le fonti che registrano la parola locale a quelle che la traducono. Quando una raccolta ottocentesca scrive «sortilegio» dove l’informatore ha detto magarìa, ha perso l’informazione più preziosa: il termine usato dice in che modo la gente pensava che il danno arrivasse. Pitrè e de Martino, ognuno a modo suo, l’hanno capito; molti compilatori in mezzo a loro no, e le loro pagine oggi servono a poco.

Una cosa non la dirò mai in queste pagine: come si fa una di queste cose. Non per prudenza legale — anche se la pagina sulla legge italiana spiega bene perché il tema non è neutro — ma perché nelle testimonianze serie non c’è nessuna ricetta completa: ci sono accenni, reticenze, pezzi di formula. Chi pubblica procedure intere le ha inventate o copiate da un altro che le aveva inventate.

Domande su questa pagina

Che differenza c'è fra fattura e malìa?

La fattura è un lavoro commissionato, con un operatore e un oggetto materiale, e colpisce la vita concreta: salute, lavoro, casa. La malìa agisce sulla volontà e sul desiderio, e nel lessico popolare toscano e centro-italiano indica l'incantamento che rende incapaci di scegliere. Il verbo «ammaliare» conserva questo secondo senso.

Da dove viene la parola magarìa?

Dal greco «mageía», passato attraverso il bizantino nel lessico siciliano e calabrese, dove è ancora vivo insieme a «magara» per indicare chi la fa. È uno dei molti termini di questa materia che mostrano il substrato greco dell'Italia meridionale insulare.

In queste pagine si trovano istruzioni per fare o disfare una fattura?

No, e non per reticenza: nelle fonti attendibili non esistono procedure complete. Le raccolte di campo riportano accenni, formule interrotte, reticenze degli informatori. Chi pubblica ricette intere le ha costruite a tavolino. Qui trovi la descrizione di che cosa si credeva, dove e da quando, con l'indicazione della fonte.

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