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Malocchio e rimedi

Che cosa significa malocchio: la parola, il gesto, le fonti

di Letterio 4 min di lettura

Amuleto contro il malocchio conservato in una collezione museale
Un amuleto realizzato per allontanare il malocchio, dalle raccolte dello Science Museum Group. — Science Museum Group Studio · CC BY-SA 4.0 — Wikimedia Commons

Malocchio è una parola che si spiega da sé: occhio che fa male. Non indica una pratica, non indica un mestiere, indica un effetto — il danno che arriva, secondo chi ci crede, dallo sguardo di qualcuno. Nelle raccolte di campo compare quasi sempre insieme a un’altra parola, invidia, e il legame fra le due è la cosa più costante di tutta la materia: chi guarda male non lo fa per mestiere, lo fa perché vorrebbe quello che hai tu.

È per questo che il malocchio, nelle fonti italiane, si distingue dalla fattura. La fattura si ordina, si paga, passa per le mani di un operatore e lascia un oggetto. Il malocchio no: si prende per strada, in chiesa, al mercato, dal vicino che ti ha guardato la macchina nuova o il bambino appena nato. Nessuno lo commissiona.

La parola e le sue sorelle

In italiano si dice malocchio, in Sicilia malucchiu, in Campania mal’uocchio, in Puglia malòcchiu, in Sardegna ogu malu o s’ogu pigau («l’occhio preso»). In Toscana e in Romagna si sente più spesso l’espressione verbale: «l’hanno adocchiato», «gli hanno messo gli occhi addosso».

Il latino aveva fascinum e il greco baskanía, e già Plinio il Vecchio nella Naturalis historia raccoglie notizie su persone il cui sguardo guastava i raccolti. Questo non significa che la credenza italiana «derivi» dall’antichità romana in linea retta: significa che è una delle credenze più diffuse e più antiche del bacino del Mediterraneo, documentata in arabo, in greco, in turco, in ebraico, in spagnolo. Chi ne parla come di una cosa tipicamente napoletana ha letto poco.

Come si riconosce, secondo la tradizione

I segni che le raccolte riportano sono sempre vaghi e sempre gli stessi: mal di testa improvviso e pesante, sbadigli a catena, stanchezza che arriva senza motivo, nausea, un senso di peso sulle spalle. Nei racconti di campo si aggiunge spesso che tutto comincia dopo un incontro preciso — una visita, un complimento, uno sguardo sul bambino.

Da qui nasce la pratica della diagnosi, che in Italia ha una forma dominante: si versa olio nell’acqua e si guarda come si comporta. Ho dedicato a questo una pagina intera, perché il rito dell’olio e dell’acqua è il gesto più documentato di tutta la materia italiana, da Messina a Belluno, con varianti minime.

I complimenti e la formula di scongiuro

Una cosa che colpisce chiunque abbia raccolto testimonianze nei paesi: il complimento è sospetto. Dire «che bel bambino» senza aggiungere una formula protettiva — «Dio lo benedica», «sia benedetto», in Sicilia «Diu lu binidica» — è considerato scortese, a volte pericoloso. L’aggiunta rituale non serve a essere gentili: serve a dichiarare che nel complimento non c’è invidia.

Che cosa dicono gli studiosi

Giuseppe Pitrè, medico e folklorista palermitano, raccolse la materia siciliana nella Medicina popolare siciliana (1896) e nei volumi degli Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano (1889): nomi, formule, gesti, con l’indicazione del paese. È ancora la raccolta più ricca che abbiamo per il Sud insulare.

Ernesto de Martino, in Sud e magia (1959), fa un passo diverso. Lavorando in Lucania, non si limita a registrare: cerca di capire a che serve. La sua tesi — discussa, ma mai veramente sostituita — è che queste pratiche funzionino come difesa contro quello che chiama la «crisi della presenza»: l’esperienza di non avere più nessuna presa sulla propria vita. Chi non controlla il raccolto, la salute, il denaro, trova nel malocchio un nome per la sventura, e nel rito un gesto da fare. Il nome e il gesto restituiscono un margine di azione.

Si può essere d’accordo o no con questa lettura. Io la trovo la più utile che sia stata proposta, e preferisco di molto le pagine di de Martino a quelle di chi spiega tutto con la «saggezza antica»: la saggezza antica è una formula vuota, la crisi della presenza è un’ipotesi che si può discutere.

Il confine che non attraverso

Su una cosa non mi pronuncio: se il malocchio funzioni. Non è una domanda a cui io possa rispondere, e chi dice di saperlo — in un senso o nell’altro — di solito vuole venderti qualcosa. Quello che posso dire è documentato: che la credenza esiste, che è diffusa in tutto il Mediterraneo, che ha una forma rituale stabile, e che chi la pratica non si considera un mago ma una persona che aiuta i vicini. Se i sintomi di cui si parla — mal di testa persistente, stanchezza, nausea — durano, il medico resta il medico: lì non ci sono due pareri.

Dove continuare

La pagina sulla jettatura spiega perché quella parola non è un sinonimo di questa, anche se oggi le usiamo come tali. Quella sugli amuleti racconta il corno, la mano cornuta e gli altri oggetti che servivano a difendersi. Chi vuole vedere la materia dall’altro capo — quello dell’attacco ordinato e pagato — trova nelle pagine sulla fattura il lessico corrispondente.

Domande su questa pagina

Malocchio e fattura sono la stessa cosa?

No, e le fonti li tengono distinti con molta cura. Il malocchio arriva da uno sguardo, di solito per invidia, e nessuno lo ordina: lo si prende per strada o in casa d'altri. La fattura è un lavoro fatto su commissione, con un operatore, un compenso e spesso un oggetto nascosto. Chi confonde le due parole di solito non ha letto le raccolte di campo, dove la differenza è la prima cosa che gli informatori spiegano.

Il malocchio è una credenza solo del Sud?

No. È documentata in tutta Italia, anche se i nomi cambiano: in Veneto e in Friuli si parla di «occhiatura» e di persone «adocchiate», in Toscana di «occhi addosso». Ed è diffusa in tutto il Mediterraneo, in area araba, greca, turca, ebraica e spagnola, con riti di diagnosi molto simili. La fama napoletana dipende dal fatto che a Napoli, nel Settecento, qualcuno l'ha messa per iscritto.

Che cosa si fa, secondo la tradizione, quando si sospetta il malocchio?

Si va da una persona del paese che «sa guardare», e la forma quasi sempre è la stessa: un piatto d'acqua, qualche goccia d'olio, una preghiera detta a voce bassa. Il risultato della lettura dice se c'è o non c'è. Non pubblico formule né dosaggi, per due ragioni: chi le conosce le tiene per sé, e un testo copiato da un sito all'altro non è una fonte.

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