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Malocchio e rimedi

Il rito dell’olio e dell’acqua: come si legge il malocchio

di Letterio 4 min di lettura

Piatto di maiolica di Deruta del 1520 circa: al centro il busto di una donna, intorno una decorazione a squame gialle e azzurre.
Piatto da pompa di Deruta, 1520 circa. Il rito dell'olio si fa in un piatto fondo qualunque; questo, da esposizione, porta i colori della maiolica italiana. — Sailko · CC BY-SA 3.0 — Wikimedia Commons

Se c’è un gesto che tiene insieme tutta la materia italiana, è questo: un piatto fondo con l’acqua, qualche goccia d’olio fatta cadere dentro, una persona che guarda come si comportano le gocce e dice se c’è il malocchio o no. L’ho visto fare in Sicilia, in Calabria, in Campania; è registrato in Lucania, nelle Marche, in Veneto, in Friuli, in Sardegna. Le varianti sono minime e quasi sempre riguardano i dettagli: il numero delle gocce, l’uso del sale, la presenza di un’immagine sacra, l’ora del giorno.

La forma del gesto

Nella versione più diffusa l’operatore — nella maggior parte dei casi una donna anziana del paese — siede davanti alla persona, tiene il piatto d’acqua in grembo o sulle ginocchia del malato, intinge un dito nell’olio e lascia cadere le gocce, contandole. Mentre le gocce cadono recita a bocca chiusa una preghiera che non si fa sentire.

La lettura si fa su come le gocce si comportano. Il principio che ricorre nelle raccolte è semplice: se l’olio resta raccolto in gocce tonde e distinte, il malocchio non c’è; se si allarga, si spande, si attacca ai bordi del piatto o si divide in una miriade di puntini, c’è. In alcune varianti l’olio che «affonda» o che scompare è il segno più grave.

Dopo la lettura, se il responso è positivo, segue la parte che serve a mandarlo via: altre preghiere, qualche volta dei segni di croce sulla fronte, l’acqua gettata via in un punto preciso — all’incrocio, nel fuoco, fuori dalla porta, mai nel lavandino. Lo smaltimento dell’acqua è uno dei pochi punti su cui le fonti insistono tutte.

Le varianti che ho incontrato

  • Il sale. In Sardegna e in parte della Sicilia nell’acqua si mette prima un pizzico di sale, e in qualche versione il sale si getta nel fuoco per sentire se scoppietta.
  • Il numero delle gocce. Tre è il più comune, per ragioni ovvie; se ne incontrano anche sette e nove.
  • Le forbici. In Campania e in Puglia si cita l’uso di tenere delle forbici aperte sotto il piatto, a croce.
  • Il grano. In alcune zone interne della Lucania e della Calabria al posto dell’olio si usano grani di frumento gettati nell’acqua.

Che cosa ne ha scritto de Martino

In Sud e magia (1959) Ernesto de Martino descrive questo rito nella forma che aveva raccolto in Lucania, insieme alle segnature e alle fatture. La parte interessante del suo resoconto non è la tecnica, che nelle sue pagine è quella che tutti conoscono: è l’osservazione sul rapporto fra l’operatrice e la persona che si fa guardare. La diagnosi non è un atto solitario, è un colloquio. Mentre guarda l’olio, chi legge fa domande: chi hai visto, chi è venuto in casa, chi ti ha fatto i complimenti. Il responso finale di solito nomina qualcuno, o almeno una circostanza.

Questo spiega, secondo de Martino, perché il rito tenga in piedi tutto l’edificio: dà un nome al malessere e lo collega a una persona concreta della vita di tutti i giorni. Non è un oracolo, è una ricostruzione sociale fatta in due.

Una notizia che circola e che non regge

Su internet si legge spesso che il comportamento dell’olio nell’acqua «dipende dalla tensione superficiale» e che quindi il risultato sarebbe prevedibile e sempre uguale. La fisica dell’olio nell’acqua è quella che è, su questo non discuto. Ma chi ha visto fare il rito sa che l’interpretazione è elastica: la stessa macchia d’olio viene letta in modo diverso a seconda di come va il colloquio. Il punto non è la goccia, è la lettura. E questo vale sia per chi vuole difendere la pratica sia per chi vuole liquidarla.

Che cosa non trovi in questa pagina

La preghiera. Nelle raccolte di campo compare, a volte per intero, a volte censurata dall’informatore che non voleva dirla a un estraneo. Io non la pubblico, e non per pudore: nelle testimonianze che ho raccolto, chi la conosce dice che la formula si trasmette a voce e in un giorno preciso dell’anno, e che scritta non vale. Riportarla qui significherebbe fingere di avere qualcosa che non ho. Chi vuole capire come funziona quel passaggio trova la pagina sulla trasmissione della formula.

E una cosa pratica, che dico una volta per tutte: i sintomi che portano la gente a farsi guardare — mal di testa, nausea, stanchezza, sbadigli continui — sono anche i sintomi di un sacco di cose che un medico riconosce in dieci minuti. Se durano, si va dal medico. Non è una posizione contro la tradizione: nei paesi dove ho raccolto queste cose, ci andavano anche loro.

Domande su questa pagina

Chi può fare il rito dell'olio e dell'acqua?

Nelle fonti è sempre una persona del paese che «sa guardare», nella grande maggioranza dei casi una donna anziana, che ha ricevuto la preghiera da un'altra persona in un giorno preciso dell'anno. Non è un mestiere e non si paga: nelle raccolte di campo gli informatori insistono molto su questo punto, e chi chiede denaro viene considerato un imbroglione dalla comunità stessa.

Come si legge il responso?

Il criterio più diffuso: gocce che restano tonde e separate significano che il malocchio non c'è; olio che si allarga, si divide in puntini o si attacca ai bordi del piatto significa che c'è. Esistono varianti locali, e in parecchie zone conta anche il numero delle gocce e il modo in cui l'acqua viene gettata via dopo.

Perché l'acqua non si butta nel lavandino?

È uno dei pochi dettagli su cui tutte le raccolte concordano: l'acqua usata va gettata in un punto stabilito — un incrocio, il fuoco, la terra fuori dalla porta — e mai negli scarichi di casa. Nelle spiegazioni degli informatori il motivo è che quell'acqua «ha preso» qualcosa e non deve restare nell'abitazione.

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