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Malocchio e rimedi

Jettatura: storia di una parola napoletana

di Letterio 3 min di lettura

Fotografia ottocentesca di Strada Marina, a Napoli, con passanti e banchi di strada
Strada Marina a Napoli in una fotografia scattata fra il 1865 e il 1872, quando la paura della jettatura era parte del linguaggio quotidiano della citta. — Carlo Raso (Napoli) · Pubblico dominio — Wikimedia Commons

Nell’uso di oggi jettatura e malocchio si scambiano senza pensarci. Nelle fonti sono due cose diverse, e la differenza non è un cavillo da eruditi: cambia chi è il colpevole e perché.

Il malocchio è un atto, anche involontario: qualcuno guarda con invidia e il danno arriva. La jettatura è una proprietà della persona. Il jettatore non invidia nessuno, non vuole male a nessuno, spesso è un gran signore stimato in città: è fatto così, e dove passa le cose vanno storte. Nel racconto napoletano si rompono i vasi, cade la pioggia sulla processione, il cavallo si azzoppa. Il jettatore è una sventura ambulante, non un nemico.

Da dove viene la parola

Dal napoletano jettare, cioè gettare: la jettatura è quello che viene gettato addosso. La variante toscanizzata iettatura compare nei dizionari ottocenteschi, e di lì passa all’italiano standard. Il verbo jettare ha dato anche jettatore e l’aggettivo jettatorio, che nel Settecento si usava per le cose — un cappello jettatorio, una carrozza jettatoria.

Il libro che ha fatto la fortuna del termine

Nel 1787 a Napoli esce un libretto dal titolo lunghissimo: Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura. L’autore è Nicola Valletta, professore di diritto all’università di Napoli, uomo serio e stimato. «Cicalata» vuol dire chiacchierata, discorso senza pretese: il tono è mezzo scherzoso, come se l’autore raccontasse a cena una curiosità dei suoi concittadini.

Solo che la chiacchierata è lunga e precisa. Valletta elenca i segni con cui si riconosce un jettatore, i mestieri più esposti, gli oggetti che proteggono, i casi che gli hanno riferito. Fa anche una cosa che gli studiosi gli hanno rimproverato e che per noi è oro: mette per iscritto nomi, luoghi e situazioni. Il libro ebbe successo, fu ristampato più volte nell’Ottocento, e per la storia della parola è la fonte di partenza — la prima trattazione a stampa dell’argomento in Italia.

La questione dei preti e dei monaci

Una delle notizie più citate della Cicalata riguarda la categoria sospettata per eccellenza: gli ecclesiastici, e in particolare i monaci. Nelle raccolte successive il motivo torna per tutto l’Ottocento. Non è un dettaglio anticlericale: è il segno che la jettatura non si attribuisce ai poveri invidiosi, ma a chi sta in alto e non si può accusare di nulla. È un’accusa che non accusa, e forse è per questo che ha funzionato così bene in una città di corte.

La jettatura in letteratura

Nel 1856 Théophile Gautier pubblica un romanzo breve intitolato Jettatura, ambientato a Napoli: il protagonista scopre di essere un jettatore e ne trae le conseguenze. È un testo di seconda mano — Gautier legge e rielabora — ma dice quanto il tema fosse diventato riconoscibile fuori d’Italia, al punto da non aver bisogno di spiegazioni per un lettore francese.

Nell’Ottocento napoletano la parola entra anche nel teatro dialettale e nella narrativa di costume. Ed è lì, più che nelle raccolte folkloriche, che prende la piega ironica che ha ancora oggi: il jettatore diventa un personaggio comico, uno di cui si ride mentre si tocca ferro.

Quello che resta nell’uso

Oggi la distinzione tecnica è quasi scomparsa. «Mi ha fatto la jettatura» si sente dire con il senso di «mi ha portato sfortuna», e nessuno pensa più a una proprietà permanente della persona. Restano però due tracce vive: il verbo jettare nel senso di portare sfortuna, e l’idea — tutta napoletana, questa — che la sfortuna possa essere una qualità di qualcuno, non un atto.

Chi vuole capire come si difendeva la gente da entrambe le cose troverà nelle pagine sugli amuleti il corno di corallo, la mano cornuta e il resto dell’attrezzatura. Chi vuole la diagnosi tradizionale, quella con l’olio nel piatto, la trova nella pagina dedicata al rito.

Una nota sul metodo

Su questo argomento girano molte affermazioni senza fonte: che la jettatura fosse «perseguita per legge», che esistesse un «registro dei jettatori», che Valletta abbia scritto il libro per vendetta. Non ho trovato nulla di documentato per nessuna delle tre, e non le riporto: preferisco una pagina più corta a una pagina più ricca di notizie che non so da dove vengano. Se qualcuno ha la carta d’archivio che smentisce questa prudenza, mi scriva: la pubblico e lo cito.

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Domande su questa pagina

Qual è la differenza fra jettatura e malocchio?

Il malocchio è un atto che nasce dall'invidia: qualcuno guarda con desiderio e il danno segue. La jettatura è una caratteristica della persona: il jettatore porta sfortuna per come è fatto, non perché voglia male a qualcuno, e nelle fonti napoletane è spesso una persona rispettata. Nell'uso corrente le due parole si sono fuse, ma chi ha studiato la materia le tiene separate.

Chi era Nicola Valletta?

Un professore di diritto dell'università di Napoli, che nel 1787 pubblicò la «Cicalata sul fascino volgarmente detto jettatura»: la prima trattazione a stampa dell'argomento in Italia. Il tono è quello di una chiacchierata ironica, ma il contenuto è una raccolta di credenze con nomi, luoghi e casi. Il libro fu ristampato più volte nell'Ottocento.

La parola jettatura si usa ancora?

Sì, soprattutto al Sud e nella forma «iettatura», ma con un senso più ampio e più scherzoso: «portare sfortuna». La distinzione tecnica fra chi getta e chi guarda con invidia è rimasta nei libri. Il verbo napoletano «jettare» nel senso di portare sfortuna è invece ancora del tutto vivo.

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