I processi per stregoneria in Italia
di Letterio 3 min di lettura
La caccia alle streghe italiana non assomiglia a quella tedesca o scozzese, e questo non è un vanto nazionale: è un fatto che gli storici hanno stabilito leggendo i fascicoli, uno per uno. Capire la differenza serve anche a leggere meglio le credenze popolari, perché molto di quello che chiamiamo tradizione ci è arrivato attraverso la griglia degli interrogatori.
Due tribunali, non uno
In Italia le cause di stregoneria passavano per due vie: i tribunali dell’Inquisizione romana, nata nel 1542 con la Congregazione del Sant’Uffizio, e i tribunali vescovili locali. Accanto a questi, nelle zone di confine e nei territori di altre sovranità, intervenivano anche corti secolari — ed è lì che si registrano gli esiti peggiori.
La differenza principale rispetto all’Europa settentrionale è procedurale: il Sant’Uffizio romano aveva un apparato centralizzato che rivedeva le sentenze delle sedi periferiche, e tendeva a smontare i casi costruiti sulla paura collettiva. Non per bontà: per diffidenza verso i giudici locali e verso le testimonianze estorte.
L’Instructio
Il documento che riassume questo atteggiamento è l’Instructio pro formandis processibus in causis strigum, sortilegiorum et maleficiorum, un testo di istruzioni per gli inquisitori che circola dai primi decenni del Seicento. Le sue raccomandazioni sono di una modernità che sorprende chiunque lo legga per la prima volta: non fidarsi delle confessioni ottenute con la tortura, verificare se il fatto denunciato sia materialmente possibile, considerare la possibilità che l’imputata sia malata o suggestionata, diffidare delle denunce dei vicini.
Non significa che la tortura non si usasse più o che non ci fossero condanne. Significa che, a partire da un certo momento, esisteva una regola scritta che permetteva di chiudere un processo per insufficienza di prove — e i fascicoli mostrano che veniva usata.
Triora, 1587
Il caso più noto d’Italia è quello di Triora, in Liguria, nell’entroterra di Imperia. Dopo anni di carestia, nel 1587 la comunità individua nelle «streghe» la causa dei raccolti perduti. Il processo coinvolge decine di donne, in gran parte povere, si svolge con l’uso della tortura e porta a morti in carcere e a condanne.
Ma la parte interessante arriva dopo: il caso finisce sotto gli occhi di Roma, le autorità superiori intervengono, il procedimento locale viene contestato e in parte smontato. Triora è insieme il caso più duro e la dimostrazione del meccanismo di revisione. Oggi il paese ha un museo etnografico e della stregoneria, e vale il viaggio — anche se, come in tutti i luoghi di questo tipo, bisogna distinguere la sala con i documenti da quella con le atmosfere.
Il noce di Benevento
L’altro grande luogo italiano della stregoneria non è un archivio ma un racconto: il noce di Benevento, l’albero sotto il quale, secondo una tradizione che si consolida fra Cinquecento e Seicento, le streghe di mezza Italia si radunavano. Il motivo compare negli atti dei processi come risposta degli imputati — spesso dopo che l’inquisitore ha chiesto dove si andava — e nella letteratura popolare, dove diventa un luogo comune. L’unguento per volare e la formula «sotto l’acqua e sotto il vento, sotto il noce di Benevento» appartengono a questa seconda vita, letteraria, e non a una pratica documentata.
Come leggere un fascicolo
La lezione di metodo più utile su questi documenti viene da Carlo Ginzburg. Nei suoi lavori, a partire dai benandanti del Friuli, mostra che le risposte degli imputati non sono il racconto spontaneo di una credenza: sono il prodotto di uno scontro fra due vocabolari. Il contadino descrive quello che dice di fare; l’inquisitore ha in testa il sabba dei trattati demonologici; e nel corso degli interrogatori il primo impara a dire quello che il secondo si aspetta. Chi legge gli atti come se fossero interviste etnografiche prende lucciole per lanterne.
Che cosa resta nelle credenze di oggi
Più di quanto si pensi. Il lessico della fattura, il sospetto verso il vicino invidioso, l’idea che il danno passi per un oggetto nascosto: tutto questo è nei fascicoli, con le stesse parole che si sentono ancora. La differenza è che oggi nessuno rischia niente a dirlo, e allora si rischiava tutto.
Qui mi fermo su un punto: non scriverò che l’Inquisizione italiana fu «mite». Non lo era, e le persone morte in carcere a Triora non sono una nota a piè di pagina. Dico un’altra cosa, che è documentata: fu più regolata, e quella regolamentazione ha salvato delle vite. Sono due affermazioni diverse, e tenerle insieme è l’unico modo onesto di raccontare questa storia.
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Domande su questa pagina
Quante persone furono condannate per stregoneria in Italia?
Non esiste un numero complessivo affidabile, e chiunque ne proponga uno tondo va preso con cautela: gli archivi sono tanti, dispersi fra Sant'Uffizio, tribunali vescovili e corti secolari, e molti fascicoli sono perduti. Gli studi concordano però su un punto: le condanne a morte in Italia furono proporzionalmente molto meno numerose che nell'Europa centrale e settentrionale.
Che cos'era l'Instructio per gli inquisitori?
Un testo di istruzioni procedurali circolante dai primi decenni del Seicento, che raccomandava agli inquisitori di non fidarsi delle confessioni estorte, di verificare la possibilità materiale dei fatti denunciati, di considerare malattia e suggestione e di diffidare delle denunce di vicinato. Permetteva, in pratica, di chiudere un processo per insufficienza di prove.
Il noce di Benevento è un luogo reale?
Benevento è una città reale, e nei processi gli imputati nominano il noce come luogo di raduno. Ma l'albero come sede dei sabba, l'unguento per volare e la formula in rima appartengono alla letteratura e alla tradizione a stampa, non a una pratica documentata: sono il modello che gli interrogatori proponevano e che le risposte finivano per confermare.