Le segnature: che cosa sono e dove si trovano
di Letterio 4 min di lettura
Di tutta questa materia, le segnature sono la parte che mi interessa di più, e per una ragione precisa: è l’unica che non ha niente a che vedere con la paura. Non c’è un nemico, non c’è un’invidia, non c’è un oggetto nascosto sotto la soglia. C’è una persona del paese che conosce una formula e la dice su chi sta male, senza farsi pagare.
Che cos’è una segnatura
Una segnatura è una formula orale, recitata a voce bassa o mentalmente, accompagnata da gesti sulla parte del corpo interessata: segni di croce con il pollice, passaggi della mano, in qualche caso il tocco con un oggetto — un rametto, un coltello, un anello di ferro. Da qui il nome: segnare, cioè fare il segno.
Il lessico cambia con la geografia. In Veneto, Friuli ed Emilia si dice segnare e chi lo fa è un segnino, una segnatrice, nel Nordest anche segnadora. In Toscana si parla di segnature e di brevi. In Lucania e in Campania si usa sanare o cantare; in Sicilia si leva il male. In Piemonte e in Liguria si incontra masche per altre cose, ma per questa pratica il verbo resta segnare.
Che cosa si segna
L’elenco è straordinariamente costante da un capo all’altro d’Italia. Nelle raccolte compaiono quasi sempre questi:
- Il fuoco di Sant’Antonio, cioè nell’uso italiano corrente l’herpes zoster. È il più documentato di tutti e ha una pagina a parte.
- Il «verme» o vermo: il mal di pancia dei bambini, a volte le coliche.
- La «rosipola» o risipola: le infiammazioni cutanee arrossate.
- Le verruche e i porri, su cui esistono decine di formule locali.
- Lo «spavento», cioè il malessere dopo una paura improvvisa, soprattutto nei bambini.
- Le ustioni, segnate con gesti che «tirano via» il calore.
- Lo storcimento e le distorsioni, nelle zone alpine.
- Il mal di testa, dove la segnatura si sovrappone al repertorio contro il malocchio.
Le due regole che valgono quasi sempre
Non si paga. È il punto su cui tutti gli informatori insistono, e con una fermezza che colpisce chiunque faccia questo tipo di ricerca. Chi segna può accettare un regalo — uova, un dolce, una bottiglia — ma chi chiede denaro, nel giudizio della comunità stessa, è un imbroglione, e la sua formula «non vale più». Alcune varianti sostengono che il dono del segnatore si perda se si fa commercio.
Non si dice. La formula si trasmette a voce, a una persona sola o a poche, in un momento preciso dell’anno — nella maggior parte delle testimonianze la notte di Natale. Scritta, non funziona. Insegnata a troppi, si consuma. La pagina sulla trasmissione della formula raccoglie quello che si sa su questo passaggio, che è la parte più interessante dell’intero fenomeno.
Preghiere, non incantesimi
Chi legge le formule raccolte dai folkloristi — Pitrè per la Sicilia, le raccolte venete e friulane, i materiali di de Martino per la Lucania — trova una cosa che smonta mezza letteratura divulgativa: sono preghiere. Invocano Gesù, la Madonna, i santi; spesso raccontano in breve una scena evangelica e poi chiedono che il male se ne vada come se ne andò allora. La forma narrativa — un santo incontra il male per strada e lo scaccia — ha un nome negli studi, historiola, e si trova in tutta l’Europa cristiana.
Il clero ha avuto nei secoli un atteggiamento ambiguo: condanna delle formule come superstizione da una parte, tolleranza pratica dall’altra, visto che le preghiere erano cattoliche e che i segnatori andavano a messa. Nelle visite pastorali si trovano richiami espliciti; nelle parrocchie si trovavano i segnatori.
Oggi
Le segnature non sono finite. In Veneto, in Friuli, in Emilia, nelle valli alpine, ci sono ancora persone che segnano, spesso anziane, e in alcune zone il passaggio della formula si è interrotto solo nell’ultima generazione. Negli ultimi vent’anni sono stati pubblicati parecchi lavori locali di raccolta, qualche volta promossi da musei etnografici o da amministrazioni comunali: sono materiale di prima mano, e li considero più utili di qualunque manuale.
Il punto in cui mi fermo
Non scriverò che le segnature guariscono. Quello che è documentato è un’altra cosa, e non è poco: che la pratica esiste, che è gratuita, che la gente ci va, e che nei paesi conviveva senza conflitto con il medico — si andava da entrambi. Il fuoco di Sant’Antonio, in particolare, è una malattia virale con un decorso suo, che oggi si tratta con farmaci antivirali tanto più efficaci quanto più presto si comincia. Non dirò di aspettare che la segnatura faccia effetto: su questo non c’è spazio per l’equilibrio, e chi lo cerca mi troverà poco accomodante.
Domande su questa pagina
Le segnature si pagano?
No, e questo è il punto su cui tutti gli informatori insistono di più. Chi segna può accettare un regalo in natura — uova, un dolce, del vino — ma non denaro: nel giudizio della comunità stessa, chi chiede un compenso è un imbroglione e secondo molte varianti perde il «dono». È la differenza più netta rispetto a qualunque attività commerciale.
Che cosa dicono le formule delle segnature?
Sono preghiere cristiane. Invocano Gesù, la Madonna e i santi, e molto spesso raccontano in poche righe una scena — un santo che incontra il male per strada e lo scaccia — chiedendo che accada di nuovo. Gli studiosi chiamano questa forma «historiola» e la trovano in tutta l'Europa cristiana, non solo in Italia.
Si segna ancora in Italia?
Sì, soprattutto in Veneto, Friuli, Emilia e nelle valli alpine, dove la pratica non si è mai interrotta del tutto e dove negli ultimi decenni sono state pubblicate raccolte locali di formule, a volte promosse da musei etnografici. Le persone che segnano sono in prevalenza anziane e la trasmissione, in molte zone, si è fermata di recente.